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Tratto dall’articolo:
Antifascismo. Il pensiero di un martire ucciso nel 1937.
Socialismo senza Marx. Così Rosselli si ribellò
ad ogni determinismo.
Sognava un risveglio etico dell’Italia.
di Arturo Colombo.
Corriere della Sera. 9 marzo 2011.

 

 

Carlo Rosselli, classe 1899, si trova a Lipari, condannato dal Tribunale speciale a 5 anni di confino, per aver aiutato (con Pani, Bauer, Ceva) a «trasferire» il leader socialista Filippo Turati all'estero; e lì, sull'isola, ha scritto, fra il 1928 e il 1929, la sua opera più nota, Socialismo liberale. Il manoscritto riuscirà a metterlo in salvo, dopo averlo nascosto nel pianoforte, prima della famosa fuga in motoscafo, nel luglio del '29. Giunto a Parigi, otterrà di pubblicare la traduzione francese, curata da Stefan Priacel. In Italia apparirà solo nel 1945, quando ormai Rosselli non c'era più, assassinato a Bagnoles-de-l'Orne nel 1937 su mandato dei leader fascisti — insieme al fratello Nello — dagli uomini della «Cagoule», un gruppo terroristico dell'estrema destra francese. Che Socialismo liberale costituisca un chiaro esempio di autentico «pensiero libero» lo si ricava subito, appena si prende atto che per Rosselli socialismo non solo non deve identificarsi nel marxismo, e quindi nella sua componente materialistica, ma «è in primo luogo rivoluzione mora-le»: il che significa respingere quella specie di equivoco, di bestia nera del determinismo, da lui considerato tra gli aspetti più negativi della concezione marxista. Ecco perché Rosselli — pur dichiarandosi «socialista» — respinge l'idea (abbastanza diffusa nella sinistra durante la prima metà del Novecento) che basti ottenere dei mutamenti nell'ambito economico-produttivo, per credere di avere risolti ipso facto i tanti mali che gravano su ogni società. E proprio questa tesi rosselliana provocherà un'immediata reazione, soprattutto da parte di chi continuava a guardare all'Unione Sovietica come alla vera patria del socialismo. Basta ricordare la durezza di certi giudizi di Palmiro Togliatti, che fin dal 1931 si scaglierà contro Rosselli, definendolo «un dilettante dappoco» e riducendo le «quattro idee» del socialismo liberale a un «magro libello anti-socialista e niente più», a una «predica da pastore protestante», con l'aggravante di un «piatto opportunismo reazionario». Viceversa, se si comprende bene l'immagine del socialismo che, «colto nel suo aspetto essenziale, — scrive Rosselli — è l'attuazione progressiva dell'idea di libertà e di giustizia tra gli uomini», occorre accettare la conclusione che un simile progetto, o programma, di socialismo è l'erede e il continuatore di quella idea liberale, giustamente considerata «rivoluzionaria» fin dai tempi di Locke e di Montesquieu, che proseguirà con John Stuart Mill e poi con Bertrand Russell e John Dewey: a loro volta, tutti esponenti del pensiero libero. Così, quando parla di «socialismo liberale», Rosselli insiste sul «metodo democratico» e sul «clima liberale», che costituiscono una «conquista fondamentale della civiltà moderna», e quindi devono rappresentare un approdo irrinunciabile e definitivo anche per i socialisti: o almeno per quei socialisti che rifiutano e condannano «lo Stato-caserma», che un tempo si identificava nello Stato prussiano, ma che ha finito per assumere i tratti, più mostruosi e terribili, dei sistemi totalitari del XX secolo: sia quelli dell'estrema destra (tipo fascismo, e poi nazismo), sia dell'estrema sinistra, incarnata nel modello sovietico. In questa prospettiva Rosselli ci lascia un'indicazione preziosa, che vale anche oggi, fuori dagli schemi di parte (o dalle «appiccicatine di partiti e partitelli», come lui preferiva sostenere), perché costituisce un vigoroso appello a non rinunciare mai a impegnarsi e operare per rendere migliore, più libera e giusta, la società di domani, senza Lager né Gulag. Come diceva Norberto Bobbio, lo sostengono tuttora autorevoli pensatori liberai (bastano i nomi dello statunitense John Rawls, dell'indiano Amartya Sen, del nostro Salvatore Veca), che insistono sul binomio di libertà politica e giu-stizia sociale come mezzo indispensabile di sviluppo, di incivilimento, di progresso. A chi obiettasse che si tratta solo di un generoso proposito di minoranza, vale la pena di replicare con le parole di Rosselli: «Siamo pochi? Cresceremo. Siamo fuori del tempo? Sapremo aspettare. Verrà il nostro turno».

 

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